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sabato 26 febbraio 2011

Voci su Banca del Sud, Fondo centrale e altro

Senza questo post di Sapio su creditoeconfidi, non avrei saputo dell'articolo sul Fatto quotidiano di una settimana fa, dove si parla della gara per la gestione del Fondo centrale di garanzia.
Ne avevo parlato qui. Stando all'articolista, il MEF avrebbe esercitato una moral suasion sull'ABI affinché le banche non ostacolassero il reincarico a MCC. La soluzione raggiunta, un'ATI con partecipazione maggioritaria dello stesso MCC e minoritaria di quattro gruppi bancari, sarebbe un compromesso che garantisce una continuità nella gestione del Fondo. Nel frattempo, è partito lo start up della Banca del Sud sul nocciolo del veicolo bancario MCC, in procinto di passare sotto il controllo al 100% di Poste italiane dopo il via libera dell'antitrust. Non è da poco che MCC porti in dote al nuovo progetto la gestione del Fondo.
La finanziaria Veneto Sviluppo (51% della Regione, il resto diviso tra i gruppi bancari più attivi in Veneto), ha fatto ricorso al TAR (respinto) e poi al Consiglio di Stato (accolto). Perché questa opposizione? Due spiegazioni: (a) volontà di sventare il rischio di meridionalizzazione del Fondo centrale; (b) colpo di coda delle banche che non hanno gradito la soluzione dell'ATI a guida Banca del Sud. Saremmo quindi in stallo su entrambi i fronti: la concessione FCG, e il progetto Banca del Sud, che senza Fondo perderebbe un asse portante.
Che intrico! Messer Niccolò Machiavelli ha lasciato un'eredità perniciosa, contro la quale poco valgono le esortazioni all'amor patrio di Aldo Cazzullo e Roberto Benigni.
Il Fatto ha dato una notizia sugli sviluppi di due progetti cruciali per la politica industriale. In chiave critica e anti-governativa, ovviamente, conoscendo la linea della testata (non sono un fan).
Ma perché nessun altro ne ha parlato? Questa è una omissione grave. Non la imputo al MEF, o al MiSE. E' uno stile che caratterizza la preparazione e il varo delle misure di politica industriale, creditizia, economica. Poche informazioni, dibattito tecnico ai minimi termini. I lavori avvengono in sedi riservate, dove i policy makers si confrontano con i portatori di interessi accreditati (che non sono soltanto quelli affiliati alla maggioranza al governo). Meno se ne parla in giro, meglio è. Quando l'iter si conclude, arriva il comunicato ufficiale con il plauso degli ispiratori, rintuzzato dalle critiche (preconcette o generiche) degli oppositori.
Non ce lo possiamo più permettere, perché senza un dibattito franco, serrato, le idee e i fatti rilevanti non circolano, non si capiscono fino in fondo i problemi. Inoltre, nell'era di twitter e facebook, discutere le scelte politiche dietro le quinte è fuori del tempo. I giovani chiedono di capire, di spiegare che cosa succede, perché si fanno certe scelte. Non è retorica, ho visto cambiare atteggiamento in pochi mesi tra i miei studenti. Non induciamoli a pensare "Questi pensano agli affari propri, e non fanno niente di buono per noi, come al solito". Domani si sfogheranno con un twit, dopodomani scenderanno in piazza, magari non per la gara del Fondo centrale, ma a quel punto li avremo persi, e saremo persi noi.
La soluzione c'è, ed è semplice. Basta affrontare i problemi per quello che sono, non averne paura. 
Nello specifico: che il MEF e il MiSE intendano mantenere attraverso le Poste un legame col gestore del Fondo centrale non è un'eresia. L'esito della gara (l'ATI MCC-banche) non è l'ottimo teorico, ma è un'ipotesi lavorabile. E consente di far lavorare il Fondo centrale senza interruzioni.
Allo stesso modo, il progetto della Banca del Sud non è a priori una bufala, come molti commentatori hanno voluto farlo passare. Il mercato del credito nel meridione è incompleto, opaco, chi ci lavora lo sa, e la crisi in atto sta colpendo duramente le poche banche locali sopravvissute alla crisi precedente o create negli ultimi anni. C'è questo nuovo veicolo in rampa di lancio. E' uno strumento sponsorizzato dal governo centrale che potrebbe smuovere rigidità e rendite dei mercati locali, e sostenere l'offerta di credito. Diventerà un carrozzone? Discutiamone, chiediamo di vedere il piano industriale, facciamo delle critiche e delle controproposte; ma non mettiamo subito mano al demolitore. 
Non mi scandalizza nemmeno il supposto fuoco amico della Lega contro la Banca del Sud, perché non scippi al Nord il Fondo centrale. Il Fondo è governato da un Comitato di gestione insediato al MiSE, che continuerà a tutelare l'equilibrio nella ripartizione territoriale e settoriale degli interventi. FCG dall'agosto 2010 gestisce un fondo speciale per le regioni del Sud ex-Obiettivo 1 (risorse destinate al Mezzogiorno che stavano congelate da anni). Si può fare l'una e l'altra cosa.
E scommettiamo che la nuova banca non si chiamerà Banca del Sud, né del Mezzogiorno, ma avrà un nome più "unitario"? Restando in tema di celebrazione delle glorie nazionali, non dimentichiamo l'esperienza positiva degli istituti di credito speciale creati dallo Stato: a cominciare dall'IMI. Sono nati per riempire un vuoto del sistema finanziario. Gli ideatori erano persone ispirate, e le loro idee, grazie a manager capaci, si sono materializzate in un'organizzazione che ha insegnato a tante banche, specializzate e non, a finanziare le imprese. Potrebbe nascere un soggetto nuovo, diverso, ma altrettanto efficace. Io lo spero.
Un'ultimo pensiero per le visitatrici (o visitatori) del blog che potrebbero indignarsi con me, perché riscontro le denunce del Fatto, ma non le faccio mie. Che ci volete fare ...
Io non sono bravo come i giornalisti del Fatto, però ho un'arma segreta: non escludo mai l'ipotesi positiva, la possibilità di dialogare, condividere, costruire. E' l'unica strada per il cambiamento. E vi assicuro che quando si entrerà nel merito del progetto Banca del Sud / Fondo centrale, dirò la mia, andando a rompere le scatole ai diretti interessati.
E per prima cosa, chiederò che questi importanti strumenti di politica del credito forniscano informazioni  frequenti e ricche sulla loro attività

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11 commenti:

Sapio ha detto...

Io non ho proprio capito nel tecnico la ragione dell'opposizione di Veneto Sviluppo. Mi sembra una opposizione preconcetta ed immotivata, buona solo a frenare la voglia di fare. Sono avvilito.

Anonimo ha detto...

A me invece le ragioni tecniche (che secondo me sono prevalenti rispetto a quelle politiche) sono ben chiare. Perchè, dice il consiglio di stato, il bando per la gestione di un fondo pubblico nei fatti contiene tante clausole che sembrano essere fatte a misura come un vestito addosso a MCC? Le altre Banche, le 107 come veneto sviluppo e anche i confidi 107, non possono partecipare ad un bando che alla fine non è altro che una normale gestione di un fondo pubblico di garanzia. E' stato fatto un bando, ma con tali clausole non è stata garantita la procedura di "evidenza pubblica". Veneto sviluppo, per fare commissioni, non ha digerito il fatto di non avere tali clausole e ha fatto ricorso. i fatti sono senz'altro andati cosi. Forse, dal punto di vista dei confidi 107 e dei servizi che possono fare oltre le normali garanzie mutualistice, veneto sviluppo ha fatto bene. ha trovato il coraggio di opporsi cosa che il sistema dei confidi non ha fatto. alla fine, non è la stessa cosa che avviene quando un pubblico appalto se lo aggiudica sempre lo stesso soggetto e che noi cittadini condanniamo duramente? quindi, in conclusione, per me veneto sviluppo ha fatto bene ad opporsi. il male lo ha fatto chi ha pensato a confermare per forza, con l'inganno della fede pubblica, il gestore mcc. che per la verità ha lavorato bene, ma le procedure pubbliche sono tali per consentire a tutti di partecipare.

Anonimo ha detto...

Di fatto l'affidamento a un'ATI controllata da MCC, a sua volta posseduto al100% dalle Poste, tende ad assomigliare a una gestione in house. Internaluzzare può essere la soluzione migliore se ci sono persone valide e si tiene a bada l'assalto alla diligenza.

Sapio ha detto...

Se si disperdesse il patrimonio di competenze e di organizzazione di MCC si farebbe un danno alle imprese. Chiunque gestisca il FCG non ci guadagnerà di certo né direttamente né indirettamente visto che le decisioni di affidamento competono ad un comitato ministeriale. A me sembra una pura cattiveria!

Dario ha detto...

Se si tratta di una gara la moral suasion si traduce con turbativa d'asta, che è un reato. Quindi spero che il MEF non la abbia esercitata.
Si è vero, alla fine sembra una gestione in house, ma il sembra non va bene, si facciano le cose per bene, si accelleri sulla costituzione / operatività di questa benedetta Banca del Sud (o come si chiamerà), facciamo che sia 100% proprietà pubblica, ed affidiamogli la gestione del FCG senza gara, con trasparenza e linearità.
Ma mi domando, e mi domandavo, se serve tornare indietro ad una banca pubblica (ricordo Isveimer) o se non sarebbe meglio definire ed attuare meglio il sistema di regole all'interno del quale un sistema di banche private deve operare anche per perseguire gli obiettivi di sviluppo governativi?

Anonimo ha detto...

@Dario: in teoria hai ragione, in pratica la normativa sugli appalti non basta da sola a creare un mercato concorrenziale là dove per una serie di motivi ci sono oligopoli collusivi oppure monopoli. Mi sto accostando al mondo delle public utilities, e anche lì vedo ampio ricorso a svolazzi amministrativistici per pilotare l'affidamento dei servizi a soggetti pubblico-privati governati dall'ente territoriale ma gestiti come società aperte a partner privati. Le cose si fanno bene se c'è la volontà dello stakeholder pubblico di amministrare (e gestire) bene il servizio. Se non c'è quella, anche aggiungendo altre due tonnellate di normativa sugli appalti non si persegue meglio il bene comune. L'ultima parola spetta pertanto agli elettori. Parlando di servizi pubblici, è essenziale un sistema corretto di valutazione dell'efficienza e qualità del servizio (come si cerca di fare con fatica nell'istruzione). E' questa la regolamentazione più importante.
Serve tornare a una banca pubblica?
In Germania e in Francia per reagire alla crisi hanno potenziato gli intermediari di matrice pubblica. Tremonti ha un disegno analogo su Cassa DDPP e Poste, con il coinvolgimento di partner come i gruppi bancari (vedi Fondo italiano di investimento) o le fondazioni bancarie.
Gli intermediari pubblici servono se le cose si fanno bene. Le banche italiane, quando intervengono su azioni di politica industriale, perseguono (ragionevolmente) il loro interesse (commissioni su pratiche, trasferimento del rischio, abbassamento del costo finale del credito con più margine a loro vantaggio). Non mi sembrano delle fucine di idee strategiche per finanziare il rilancio del Paese.
Io auspico che ci sia un dibattito aperto e costruttivo su come i vari progetti saranno realizzati. Anche qui è essenziale la qualità del sistema di valutazione dei programmi e dei risultati. Sembra un'utopia col clima politico di oggi, ma lavorando a questi progetti si può cominciare a ricostruire un clima diverso.

Dario Boilini ha detto...

@Luca: concordo pienamente con te, dissento solo quando dici che la parola finale stà all'elettore.
Prima dell'elettore c'è il cittadino che deve, soprattutto se informato e competente, pretendere il rispetto delle regole scritte. Capisco a cosa ti riferisci quando parli delle gestioni falsamente privatistihe dei servizi pubblici e concordo con te che ciò che conta è la qualità e l'efficenza della gestione del servizio. Si abbia allora il coraggio di modificare il quadro normativo di riferimento nel senso che si ritiene migliore.
Ritengo che il rispetto delle regole sia sostanza, non forma.

Anonimo ha detto...

Dario: le gestioni falsamente privatistiche avvengono nel pieno rispetto delle regole, con dispendio di consulenze legali, gettoni di presenza ai comitati di valutazione delle gare, spese di contenzioso amministrativo. Quello che dovrebbe guidare la scelta è il principio che il servizio debba essere svolto con il mix ottimale di efficienza di costo (per investimenti e per gestione), qualità del servizio, valore dell'infrastruttura restituita. Si possono determinare dei criteri e degli algoritmi che bloccano decisioni vergognose (qui hai ragione) e isolano una short list di soluzioni accettabili. Ma la scelta tra queste è inevitabilmente anche discrezionale, per la presenza di una miriade di variabili incerte, stimate sulla base di previsioni, impegni e promesse che nessuno garantisce che si avverino.
E qui si esce dalle giurisdizione delle regole e si entra in quella dei princìpi (o degli interessi più o meno legittimi).
Il cittadino ha un'arma più affilata dell'invocato rispetto delle regole: pretendere di avere voce in capitolo nei processi di valutazione del servizio erogato. Come professore, posso rispettare mille regole di puntualità, reperibilità, pubblicazione di informazioni, rendicontazione delle lezioni e del ricevimento studenti: ma questo non garantisce che io sia un bravo insegnante, questo dipende solo da me (e dall'educazione che ho ricevuto dalla mia "scuola", ovvero maestri e colleghi). Lo studente però può giudicarmi, e di solito queste valutazioni centrano il bersaglio.
C'è un principio di non computabilità/dimostrabilità che si dovrebbe applicare in tanti campi, come la gestione dei rischi sistemici, gli appalti pubblici su infrastrutture di durata secolare, il rispetto di norme etiche: se non si può fare una dimostrazione matematica, logica o una prova scientifica sperimentale si deve applicare un criterio diverso, chiamiamolo giudizio moralmente ispirato, o ricerca del bene comune. Quello che oggi sfugge completamente è che il criterio ultimo per esprimere un giudizio su quello che è più giusto, buono, vero in questi casi non computabili ce l'abbiamo impresso nella nostra natura umana, ed è lo stesso per tutte le persone, dal polo nord al polo sud. E' più facile trovarsi d'accordo, a meno che qualcuno decida di barare perché vuole accaparrarsi un bene effimero. E' quello che accade normalmente, d'accordo, ma può essere diverso.

Gigi ha detto...

Condivido in pieno quello che dice Luca: non è un caso che il primo economista classico (Adam Smith, per i non economisti...), non insegnasse economia politica, ma filosofia morale..... ma non è vero che il giusto ed il buono non siano derivabili e computabili: certo sono più facilmente opinabili del teorema di Pitagora, ma questo non esclude ragionamenti razionali e logici intorno al bene comune , alla giustizia, alla libertà, alla democrazia (mai sentito parlare di John Rawls?) ed ai criteri di scelta razionale. L'ultimo libro di Amartya Sen (nobel per l'economia 1998) è di filosofia morale. Un caso? Pensare che l'economia sia tutta curve, equazioni, regolamenti, massimizzazione, RARORAC, RWA ed EVA è assolutamente riduttivo.
Una delle più grandi mancanze italiane è proprio quella che denuncia Luca:la mancanza di trasparenza. che porta all'inciucio. La prima funzionale al secondo. Meno se ne sa e meglio è. Per cui si cerca di non rendere note certe notizie perché non ci sia discussione, non ci sia critica, non ci sia, in fondo, democrazia. Anche la retorica del fare ha questo fine. Zittire chi critica, con argomentazioni non pertinenti: infatti non si entra nel merito delle critiche ma si accusa solamente di frenare la voglia di fare. Ma fare per fare si fanno anche delle grandi cavolate (ma le tangenti arrivano sempre a destinazione).

Gigi ha detto...

@ Sapio
Giusto per condividere delle sensibilità: qui al nord, solo sentire parlare di banca del Sud (o peggio del Mezzogiorno) aumenta il tasso di leghismo. Per quanto buone possano essere le intenzioni di qualsivoglia governo, fondazione, onlus, ONG, e caschi blu, decenni di malversazioni, sprechi, tangenti, mafia, camorra, ndrangheta, sacra corona unita, cassa del mezzogiorno, lavori sulla Salerno-Reggio Calabria hanno creato una reazione pavloviana all'italiano del nord: gli si accappona la pelle ogni volta che sente parlare di queste cose e vede verde (è per questo che molti votano lega). Ma questo vale per tutti, anche quelli che la lega non la votano e non la voteranno mai. Ciò premesso, dalla finanziaria regionale del Veneto a guida leghista non ci si poteva aspettare qualcosa di diverso. Non solo, se il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso, mi viene da pensare che qualche ragione l'avevano. Attendiamo l'esito.

Anonimo ha detto...

@Gigi (sulla morale): ci vorrebbe un movimento che crea trasparenza, sfruttando le occasioni che i processi normativi e amministrativi già prevedono (consultazioni, bandi, rendiconti) e creandone di nuove, magari con forme simpatiche di tampinamento, tipo le Iene. Ma per essere fresco e credibile, dovrebbe partire da persone con qualche anno meno di noi. Partirà comunque, c'è il rischio che prenda una piega giacobina o violenta.
Per disarmare i retorici del fare, occorre essere competenti, precisi, rapidissimi: prima che le amministrazioni pubblichino la proposta, già deve partire la richiesta di delucidazioni, e dopo una settimana parte il documento di osservazioni e proposte.
Si tratterebbe di un movimento bi-partisan: nella mia esperienza, ho collaborato a progetti nazionali, regionali (con amministrazioni di entrambi gli schieramenti), provinciali. Non esiste una correlazione tra colore politico e trasparenza. Come ho scritto sopra, spesso gli agenti di opacità più accaniti sono i gruppi di interesse che non vogliono perdere la primogenitura nel rapporto con la politica. C'è da fare un'opera di convincimento anche nei loro confronti. Non è un'utopia, perché col modo di asserragliarsi "colà dove si puote" non solo si va in stallo o si scelgono soluzioni subottimali (diciamo così), ma nemmeno si inquadrano i problemi.