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sabato 19 febbraio 2011

Non si esce dalla crisi con la finanza colabrodo

Con questo post tento un passo avanti nella riflessione sulla finanza delle piccole imprese.
Pare che nel 2011 non debba succedere niente di nuovo. Si procede con i programmi e gli interventi impostati nei due anni precedenti: Fondo centrale potenziato, moratoria, avvio dei confidi 107, più la costellazione di misure locali. Si va avanti sulle vie tracciate perché non ci sono pressioni che inducano a cambiare rotta.
Al tempo stesso avverto una preoccupazione crescente: i programmi incentrati sul sostegno alla liquidità attraverso il credito potrebbero diventare insufficienti, o inefficaci, o insostenibili.

Le banche hanno accumulato una massa di esposizioni, e il loro patrimonio le ha rette e le regge tuttora. Però la pesantezza del carico comincia a farsi sentire. I confidi ne reggono una parte crescente. Negli ultimi due anni, si sono sviluppati rendendo il servizio, nobilissimo, del Cireneo. E' un'attività in perdita, la si può svolgere se qualcuno si prende una parte del rischio o ripiana le perdite.
Per quanto si insista sul fatto che crediti prorogati e garanzie vanno soltanto ad aziende affidabili in temporanea tensione, è inevitabile che una percentuale importante di questi crediti e relative garanzie passi ad incaglio o a default. Potremmo toccare il picco quest'anno, o il prossimo. Spero di sbagliarmi. Inoltre, ci sarà da supportare questa massa crescente di mutui-liquidità e linee di credito con patrimonio, garanzie, funding agevolato. Non soltanto serviranno risorse per le nuove erogazioni, ma anche per reintegrare la copertura di quelle in essere che sono prorogate e/o subiscono un deterioramento.
Sappiamo già che le risorse pubbliche, da spartire tra nuova operatività e ripiano delle perdite sul pregresso, non basteranno. Finiranno prestissimo se banche e confidi correranno a scaricare rischi prima che finisca la torta dei contributi e delle garanzie pubbliche.
Siamo ad un bivio. Dobbiamo scegliere tra due modi di essere: (1) aspetta e spera e (2) fa' qualcosa subito.
L'aspetta e spera prolunga una situazione colabrodo, nella quale andremo avanti per qualche mese ad operare con un'alta dispersione di risorse per poi arrivare al collasso del sistema. I fondi pubblici sosterranno molte imprese cui servirebbero terapie urto ma non vengono risanate; in parte beneficeranno imprese che non ne avrebbero bisogno, ma proprio per questo riescono ad ottenere gli aiuti più facilmente; le loro banche risparmieranno capitale.
Il fa' qualcosa subito non è una ricetta semplice, economica e di sicuro successo come quelle di Benedetta Parodi. Uno decide di fare qualcosa, senza sapere precisamente cosa, perché si ribella all'idea di aspettare e sperare. Questo è l'impulso iniziale, poi le cose da fare si trovano subito. La prima cosa da fare è andare nelle aziende, una per una. Non dare soldi senza un controllo di come vengono gestiti, spiegando all'imprenditore che lo si fa per farlo lavorare meglio, per dargli un futuro, o per farlo uscire dal mercato senza compromettersi. Andando in azienda ci si scontra con problemi che l'azienda non può risolvere da sola: accesso a tecnologie o mercati nuovi, settori in crisi, committenti che non pagano, costi a perdere per adempimenti inutili, servizi pubblici o professionali di pessima qualità, ecc. Ma se un soggetto organizzato, rileva questi problemi e li studia, li rappresenta alla pubblica opinione e alla politica, allora si può cercare di risolverli cambiando le leggi, gli incentivi, le infrastrutture, i servizi.
Facendo il business point mi è venuta un'idea bizzarra: se avessi i soldi, e i collaboratori, invece che aiutare l'impresa a fare i salti mortali per superare il fine mese senza sconfinare sul fido, le darei un bel finanziamento stabile (un apporto al capitale, un subordinato, dipende). Col ricavato, faccio subito azzerare lo scoperto di c/c, e poi mi faccio delegare il controllo di gestione e il cash management. Quanto devi prelevare per le spese familiari? A quel cliente che vuole sconti assurdi e non paga mandiamo una lettera dell'avvocato? Perché non programmiamo meglio la produzione ed evitiamo di tenere un magazzino pletorico? Quell'investimento è proprio indispensabile? Che cosa succede se andiamo in banca a presentare un piano di risanamento perché i debiti sono troppi? E via discorrendo.
Un lavoro eroico, ma utilissimo. Come me lo faccio pagare? Come compenso professionale, e con la remunerazione del finanziamento. Oggi i costi per i servizi amministrativi e finanziari non sono bassi, anzi. Se razionalizziamo i servizi con un'informatica migliore, e riqualifichiamo i consulenti, l'impresa non verrebbe a spendere molto di più. Al contrario, ci guadagnerebbe, eliminando gli sprechi della finanza colabrodo, gli interessi di mora, le spese per insoluti, le commissioni trattabili, le consulenze inutili.
E' meglio mettere i soldi nell'impresa (come fa un socio) quando possiamo ancora raddrizzare la rotta, oppure immobilizzarli o perderli (come fa un garante) quando ormai è andata? Nel primo caso, all'inizio ci vogliono più soldi, ma non è detto, se pensiamo a quanto dovrebbe costare, con i rischi di oggi, una garanzia pluriennale a prima richiesta, tra commissioni e patrimonio.
Ho parlato in prima persona, ma io questa cosa, che non è altro che il business office con in più un apporto di finanza, non la posso fare da solo. A qualcuno interessa approfondirla? Stampa questo post

7 commenti:

Sapio ha detto...

Bravissimo !!!!!

Bartolo Mililli - Presidente ConfeserFidi ha detto...

Ciao Luca, prima della recente riforma del Tub i Confidi intermediari vigilati erano abilitati ad esercitare le attività riservate agli altri 107 comprese le assunzioni di partecipazioni. Il nuovo tub consente ai confidi (oltre le normali attività di garanzia) di potere solo "concedere i finanziamenti di cui all'art. 106 comma 1" per ciò escludendo l'acquisizione di partecipazioni, in pratica il private equity. La tua idea è fantastica, apre le porte ad opportunità eccellenti e forse si potrebbe fare se noi confidi intermediari vigilati potessimo stringere accordi ed intermediari fondi di società di private equity disponibili ad assistere tramite noi piccole imprese. che ne pensi? ci sono altre soluzioni? Bartolo

Anonimo ha detto...

@bartolo: penso a un soggetto diverso sai confidi, magari nemmeno intermediario finanziario se ci mette capitale proprio. Sarebbe una cosa da provare come si riesce e poi affinare con l'esperienza.

Gigi ha detto...

Il sistema non accetta post più lunghi di 4096 caratteri per cui ho spezzato in due il mio verboso intervento
1-
La tua, Luca, èun ottima idea. Implica, però, una disponibilità a cedere parte delle leve di comando che, spesso, gli imprenditori (soprattutto i micro) non hanno, se non proprio quando l'impresa è in una situazione talmente disperata che questa diventa l'ultima possibilità di sopravvivenza. Per questo motivo è necessario l'avallo delle associazioni di categoria a questo tipo di attività: diventa difficile accreditarsi da soli nei confronti delle imprese se non si è sostenuti (almeno) dalle associazioni.
Poi, una considerazione frutto dell'esperienza (fatti, non opinioni). Una decina di anni fa mi sono trovato a fare da consulente finanziario ad un amico imprenditore, che aveva tutta l'apertura mentale per intraprendere un percorso di crescita. Non avendo mai fatto il consulente (c'è sempre una prima volta) ho approcciato i problemi umilmente, ma con tutti gli strumenti intellettuali che una laurea in economia mi metteva a disposizione e con l'esperienza maturata in un paio di lustri nel settore finanziario: null'altro. L'esperienza è stata positiva in termini di competenze e di strumenti appresi e di risultati ottenuti sia per me che per l'impresa. La cosa di cui mi sono reso conto nel giro di qualche settimana è che la consulenza finanziaria è utile, necessaria, ma va sempre a interagire con tutte le attività aziendali, per cui mi sono trovato a fare anche il consulente di marketing, di organizzazione, di contabilità, intervenendo sulle politiche commerciali, sui sofware usati, sul controllo di gestione, sulla promozione dei prodotti, etc. etc..
E' fuorviante secondo me interpretare il Business Point (o l'Equity Business Point...) come qualcosa di meramente finanziario.
Penso alla tua proposta e alle implicazioni che trovano in azienda secondo quanto appreso dalla mia esperienza:
"mi faccio delegare il controllo di gestione" -> ho riscontrato che la visione del controllo dei costi era molto naïf ma è stato difficile farla cambiare perché consolidata in anni e anni di utilizzo. Inoltre ho percepito resistenze molto forti dall'impiegato (che comunque era una figura chiave nell'azienda, che aveva messo in piedi il sistema precedente).
"Quanto devi prelevare per le spese familiari?" questo è un tema sensibile: ero molto in confidenza con il mio amico ma mi sono reso conto che toccare questo argomento innescava meccanismi di evitamento....tipo: non possiamo aumentare i ricavi?
"A quel cliente che vuole sconti assurdi e non paga mandiamo una lettera dell'avvocato?" -> politiche commerciali consolidate, magari tramitate da agenti e/o rappresentanti che hanno forza contrattuale soverchia nei confronti dell'azienda possono essere molto difficili da modificare, anche di fronte a comportamenti non del tutto corretti.
"Perché non programmiamo meglio la produzione ed evitiamo di tenere un magazzino pletorico? Quell'investimento è proprio indispensabile?" -> Organizzazione della produzione, previsione delle vendite....business plan? Quasi.
"Che cosa succede se andiamo in banca a presentare un piano di risanamento perché i debiti sono troppi?" -> alla fine questa diventa la cosa più facile. Sistemiamo l'aspetto finanziario, riduciamo un po' i costi per interessi e speriamo che passi la nottata (è l'"aspetta e spera" uscito dalla porta che rientra dalla finestra).

Gigi ha detto...

2-
Tutto questo per dire che l'attività di BO o di EBO implica una complessità consulenziale che forse le micro imprese, ma anche le piccole, non possono permettersi in termini economici. E' anche vero che, però, le problematiche sono molto simili tra le aziende, così come gli strumenti che possono essere utilizzati. Il problema da risolvere, quindi, in questo caso è mantenere una consulenza di livello elevato a costi accessibili. Come? Difficile dare una risposta precisa, ma un'idea ce l'ho. Un po' questo blog è già un esperimento di quello che ho in mente io. Penso al crowdsourcing (http://it.wikipedia.org/wiki/Crowdsourcing, meglio la pagina in inglese più completa http://en.wikipedia.org/wiki/Crowdsourcing).
Insieme all'utilizzo di strumenti open source può essere un modo per abbattere in maniera significativa i costi ed accumulare esperienze condivise da poter riusare. Nel tempo, quindi, ci possono essere significative economie di scala e di scopo oltre che una ripida curva di apprendimento con la condivisione delle pratiche migliori e degli errori più comuni. Certo il crowdsourcing, a volte prevede la gratuità, come molti degli interventi super professionali che passano su questo blog e che i confidi stessi hanno riconosciuto come molto utili. Non è un'ambigua logica no profit, come qualcuno ha stizzosamente osservato qualche settimana fa. E' un dare gratuito che al singolo costa poco, e messo insieme a tanti altri piccoli contributi può diventare di grande utilità: riflettiamoci.

Anonimo ha detto...

Grazie Gigi per l'esperienza che porti e per aver coniato l'Equity Business Office. Non so se gli EBO siano un'idea più sensata di quelle degli EMO di Zelig. L'ho lanciata perché vedo un bisogno pressante e occorre provare qualcosa di diverso. Ho pensato a un consulente che rischia dei soldi suoi (per cui è credibile quando va a trattare un risanamento). Il crowdsourcing è affascinante, ma lo vedo come l'esito di una proliferazione di "personsourcing" che poi si organizzano, più che un programma. L'idea dell'EBO si ritrova in alcuni progetti di microfinanza fatti da Fondazioni, e anche il Fondo Caronte (di cui abbiamo paralto sul blog) aveva lanciato un'idea non diversa (anche se al momento il progetto mi risulta in stand by). Per le associazioni è una portata troppo esotica e indigesta per essere somministrata al grande pubblico, anche se spero che diano spazio a esperimenti locali (come sta succedendo con il nostro Laboratorio a Trento, che però è senza la E di EBO).
Alla fin fine l'EBO è un modo per far assimilare la finanza ai nostri imprenditori. L'idea di un insegnante.

Fulgido ha detto...

@Gigi: mi correggo, non ambigua logica no profit, bensì piissima illusione. E non lo dico per interessi di bottega consulenziale.